La pausa di ventiquattro ore
C’è un momento, di solito quando sono più stanca, in cui tutto quello che sento diventa improvvisamente urgente. Un messaggio da mandare, una cosa da dire a qualcuno, adesso, subito. Mi convinco che se non lo faccio in quell’istante, andrà perso per sempre.
Ho passato anni a crederci, e a premere invio.
Adesso ho una regola tutta mia: quando qualcosa preme così forte, non lo mando. Lo scrivo, sì, ma per me. Poi lo lascio lì, in una stanza chiusa, e torno a guardarlo il giorno dopo.
Quasi sempre, la me del mattino è più gentile della me di ieri.
A volte, rileggendo, penso: sì, è ancora vero, lo dirò davvero. Altre volte penso: era solo la stanchezza che parlava. E va bene così. Nessuna delle due me ha torto. Semplicemente non abitano lo stesso momento.
Non è una tecnica che ho inventato io. Mi è stata suggerita, e all’inizio la odiavo, mi sembrava un modo per zittirmi. Poi ho capito che è l’esatto contrario. La pausa non toglie voce a niente. Fa solo in modo che a parlare, alla fine, sia la parte di me che resta anche quando la marea si ritira.